Antonio Ligabue in mostra a Pavia

Le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospitano, dal 17 marzo al 18 giugno 2017, la mostra dedicata ad Antonio Ligabue, uno degli artisti più geniali e tormentati del Novecento. Definito per molto tempo naïf, folle o semplicemente chiamato El matt, Ligabue è piuttosto un’espressionista tragico che con la sua pittura riscrive all’infinito il dato reale, lo manipola e lo reinventa, mediante un uso innovativo del colore e della deformazione figurativa.

Il percorso espositivo ripercorre l’intera attività pittorica dell’artista – convenzionalmente suddivisa in tre periodi – facendoci entrare in contatto con i diversi esiti a cui approda dagli anni Venti sino al 1962, ultimo anno della sua attività. Più di cinquanta opere tra dipinti, sculture, disegni e incisioni raccontano l’incredibile abilità artistica di Antonio Ligabue.

ligabue
Antonio Ligabue, Daini con paesaggio, 1952

Antonio nasce a Zurigo nel 1899, ma a soli nove mesi viene affidato ad una coppia svizzero-tedesca, si lega molto alla matrigna con la quale instaura un rapporto morboso di amore e odio. Fin da piccolo si distingue per la sua abilità nel disegno, ma viene considerato da tutti un folle e, dopo essere stato espulso dalla Svizzera, si reca in Italia dove inizia a vivere da vagabondo e da selvaggio. Sarà fortunato l’incontro con lo scultore e pittore Marino Renato Mazzacurati, che riconosce in Ligabue le doti di un vero artista. Lui stesso si considerava tale e trovava nell’arte l’unico mezzo di salvezza da una condizione di emarginazione e solitudine. «Straniero in terra straniera», riteneva di essere «una persona dimenticata da Dio», come dice Giuseppe Amadei «Ligabue non si sentiva a casa da nessuna parte né in Svizzera, né in Italia, né a Gualtieri, né a Guastalla, forse non si sentiva a casa in questo mondo. Preferiva essere da solo, lasciato solo con la sua disperazione».

La mostra si snoda principalmente intorno alle tre tematiche più importanti della sua produzione: le belve, rappresentate sempre secondo il dualismo preda-predatore; l’autoritratto, cioè l’ossessiva rappresentazione di sé e, infine, la vita più tranquilla e pacifica nella campagna della Bassa Reggiana.

La vita, per Ligabue, è una lotta per la sopravvivenza, dove il più debole soccombe senza scampo e sembra essere essenziale per l’affermazione di sé stessi e della propria superiorità. Le belve e gli animali domestici non sono solo compagni di vita, ad essi vuole anche assomigliare, non a caso l’artista si identifica spesso nell’animale che aggredisce, imprimendo cosi la sua forza sulla tela e cerca, almeno nella pittura, una possibilità di riscatto esistenziale. 

Già dagli inizi della sua attività artistica compaiono gli animali, ma è dal 1939-1940 che Ligabue elabora forme più complesse e mostra una maggior padronanza del colore. In Aquila con volpe,  realizzata tra il 1949-50, mette in evidenza, anche attraverso una resa plastica dei soggetti, tutta la drammaticità che scaturisce dalla lotta tra un predatore che ha reso inerme la sua preda, ormai condannata alla morte. In queste raffigurazioni nulla è lasciato al caso: Ligabue conosceva molto bene l’anatomia degli animali, frequentava assiduamente i musei di scienze naturali e possedeva molte fonti iconografiche. Si ispira a questi studi, svolti da autodidatta, per descrivere in modo molto minuzioso le ampie ali di un’aquila o, in altri casi, il manto di una tigre e le sue profonde fauci.

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Antonio Ligabue, Aquila con volpe, 1949-1950

Interessanti sono, poi, le immagini desunte dal film Lo specchio, la tigre e la pianura di Raffaele Andreassi, che mostrano l’artista mentre si aggira nella golena del Po, tenendo sul petto uno specchio ed emettendo versi di richiamo tipici degli uccelli, come se volesse mettersi in contatto con le uniche creature che lo comprendono, attraverso una lingua che noi umani non possiamo capire.

Anche nell’atto di dipingere, emetteva il verso dell’animale che stava rappresentando, come scrive Anatole Jakovsky «si trasforma (..) ne più ne meno in uno di quegli spiriti della tundra siberiana, che si mutano in orsi (..) gli animali rappresentati saltano sulla tela con un unico balzo, con uno sguardo angosciato, quasi si chiedessero il perché del passaggio dalla vita alla morte (..) Ligabue è più mago che pittore, più pazzo che ingenuo, più veggente che osservatore, restarà uno dei grandi enigmi dei nostri tempi».   

Le feroci e sanguinose scene di lotta animale lasciano spazio, qualche volta, a raffigurazioni più quiete e pacifiche di campagna, in cui gli animali domestici aiutano l’uomo nel suo lavoro oppure si riposano insieme a lui, come in Aia con chiesettaAgli elementi delle terre padane, vengono giustapposti i luoghi del paese natio, in cui non può fare ritorno.

Gli animali tornano anche nelle sue sculture, la maggior parte delle quali, essendo state realizzate in terracotta, sono state fuse in bronzo dopo la sua morte. L’attività scultorea di Ligabue sembra particolarmente intensa tra 1930-1940 e sembra riprendere negli anni Cinquanta. Ligabue trovava l’argilla lungo il Po, la masticava per renderla più malleabile e realizzava opere che, rispetto ai suoi dipinti, risultano più aderenti alla realtà. Da un blocco di argilla, sottraeva la materia fino a sbozzare la figura che voleva rappresentare, ridefinendo il modello con forti pressioni delle mani.

Il terzo periodo della sua attività artistica è caratterizzato dalla realizzazione di autoritratti che esprimono al meglio i tormenti che agitano il suo “io”. Il primo autoritratto di Ligabue risale al 1940, durante il suo secondo ricovero in manicomio. Si sente pronto ad affrontare l’ardua prova di raffigurare sé stesso, nonostante sia consapevole di non avere un aspetto piacevole. 

Gli autoritratti sono accomunati da diversi elementi: Ligabue si colloca sempre in primo piano e si raffigura con una barba incolta, ma estremamente dettagliata, con rughe accentuate sulla fronte e sulle guance, con occhi fissi e attenti ad ogni cosa inaspettata che potrebbe accadere e con un naso che porta i segni che lo stesso artista si è inflitto. L’ambiente, a volte un paesaggio, altre volte l’interno di una stanza, non ha alcuna importanza in quanto il vero protagonista della scena è l’artista. 

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Antonio Ligabue, Autoritratto con spaventapasseri, 1955-1956

Non c’è serenità o speranza di salvezza nei suoi autoritratti: spesso, al contrario, sono presenti elementi come scarafaggi o mosche che preannunciano una morte vicina. Il suo volto, sciupato e sofferente, diventa espressione del suo male interiore e l’autoritratto diventa affermazione del valore dell’artista. Pascal Bonafoux, a tal proposito, scriveva che anche gli autoritratti, a modo loro, con le loro sperimentazioni, incertezze e contestazioni raccontano il processo di elaborazione dell’opera dell’artista, perché ciascuno di essi rappresenta un rischio, mostra i segni della ricerca di Ligabue della sua identità di pittore. Lo scopo di questi autoritratti non è tanto quello di assomigliare al modello, quando quello che l’artista ha eletto a sua forma d’arte.

L’esposizione, curata da Sandro Parmiggiani e Sergio Negri in collaborazione con Simona Bartolena, è prodotta e organizzata da ViDi – Visit Different, in collaborazione con il Comune di Pavia e con la Fondazione Antonio Ligabue di Gualtieri (RE). Accompagna l’esposizione un catalogo Skira, con testi di Sandro Parmiggiani, Sergio Negri, Giuseppe Amadei, Simona Bartolena, Luciano Manicardi, Sergio Terzi.

Bibliografia:
Antonio Ligabue, (a cura di S. Parmiggiani), Skira editore, Milano, 2016
Antonio Ligabue: espressionista contemporaneo (a cura di A. Agosta Tota), Augusto Agosta Tota editore, Parma, 2009
M. Dell’Acqua, R. De Grada, Antonio Ligabue, Artegrafica Silva, Parma, 1995

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