Leonardo Sinisgalli parla di Antonio Donghi

Carissima amica,

ti meravigli che una volta io ti abbia scritto che i miei libri preferiti non sono i romanzi, non sono le favole morali o immorali, vere o finte, ma gli album di pittura. Ti dicevo che la pittura è un regno, è un altro mondo, con dei paesi, dei personaggi, dei fiori, che stanno al di là dei nostri paesi, delle nostre figure. Sono di un’altra sostanza, sono di un altro colore. Sempre i quadri, quelli che mi piacciono, mi hanno dato la certezza di qualcosa che esiste al di fuori della vita, di qualcosa che mi appare sempre meno vincolata alla storia degli uomini, alla grandezza e alla miseria degli uomini, al bene e al male, ai nostri desideri, alle nostre speranza: misteriosamente legata al sesso come i nostri sogni, ma in che modo non so. Forse potrei dirti che la pittura, la bella pittura che mi piace è tutta finta, tutta arbitraria, e la sua verità è nella forza, nell’assolutezza di questa finzione, di questo arbitrio. Dietro il quadro il mondo non esiste, neppure come uno spettro.

Ma queste sono divagazioni: oggi tu vorresti sapere qualcosa della pittura di Donghi. Oggi sono qui senza virtù, senza immagini, senza libri. Sono come Urien a compiere un viaggio immaginario, con qualche verità in tasca e un velo tenebroso davanti alle pupille. Non posso conoscere distintamente che ad occhi chiusi, e provare a ricordare. Ma i colori non aiutano il ricordo, i ricordi non sono colorati. Io, almeno, non ho mai fatto sogni colorati. I miei sogni hanno il colore delle fotografie, sono di una sostanza grigia, discontinua: quella dei retini tipografici. Si avvantaggia la pittura di Donghi di questa mia veduta particolare? Si avvantaggia ad essere così scorporata? Non so, non credo. Ma, oggi, questo è il mio unico punto di vista, e Donghi mi ha perdonato perché un giorno io scrissi che la sua pittura, come le belle dive, è assai fotogenica.

Penso, certe volte, che gli amatori della pittura di Donghi debbano avere un fisico particolare. Essi chiedono alla pittura quello che i collezionisti non chiedono: l’espressione di una strana amarezza, una luce che non sia di questo mondo, e un senso di conforto, remoto, una rilassatezza, una calma, quasi la vista di un regno che sta prossimo al sogno, alla stasi, alla morte. Una pittura siffatta reclama contorni precisi, perché nulla più del vago ha bisogno delle rime, di una regola. Vive per virtù di una certa mancanza d’aria, come i frutti o i cadaveri che altrimenti cadrebbero in cenere.

Il regno di Donghi è fuori dalla colpa, dalla carità, dallo sgomento, dalla collera. È un regno che minaccia la nostra vita per assurdo, che si pone fuori dei nostri umori, è un’immagine che c’intriga e ci dispera, come un panno ad una finestra, una colomba sui tetti. È l’espressione di una calma, di una pazienza, di una ambizione che ci attrae tanto quanto ci ripunga, è un polo della nostra speranza ce non vorremmo mai toccare, come non vorremmo toccare un oggetto vero più, noi che vogliamo far perno tra cosa e immagine, essere a un tempo concreti e metafisici, natura e fumo.

Questa materia liscia, questa callosità del colore che l’artista riesce ad ottenere per un eccesso di attenzione e quasi per svogliatezza, le superfici cornee ed ottuse, le foglie velate fino all’assurdo, potranno provocarti estasi o ribrezzo, ma dovranno colpirli, perché in nessuno ancora l’orrore dei morti è spinto di là della curiosità di guardarli, di guardare i morti nelle loro carni morte.

Gli amici citavano l’altra sera, alla Lungara, quei versi di Mallarmé in cui si parla dei cinesi au coeur limpide et fin e dei tramonti disegnati sulle tazze di porcellana (une ligne vince et pure serrati un lac): gli amici parlavano della segreta ebrezza del paradiso di Donghi. Perché bisogna veramente nominare il paradiso a proposito di Donghi, e domandarsi di che sostanza son fatti gli angeli, e pensare a Ingres, a Cranach, a Rousseau. Questi fiori che sembrano dipinti sui piatti, questi personaggi a coppie, così limpidi a furia di star fermi, così totalmente privi di ombra, hanno una fissità medianica. Sono spiriti, ecco, e sono fatti della sostanza dei fiori. Anche gli angeli devono essere fatti della stessa sostanza. (Anche noi, morti, diventiamo per un giorno bellissimi e putridi). È un regno, dicevo, un regno àtono. Non ci mette forse un orgasmo questa pasta così stirata? Ma Donghi starebbe tutta la vita a dipingere un bruco, se volesse dipingere i bruchi anziché le foglie, le memorabili foglie dei paesaggi di Donghi. Insomma egli non si accontenta di finire il quadro in un’ora, o in un giorno, e neppure in una settimana. Ha bisogno di mesi come Seurat e come Usellini. Ha bisogno che il modello posi per ore intere, fermo su un piede solo e col cappello a cilindro sulla punta della stecca che stringe fra i denti. Ha bisogno che i fidanzati indossino il vestito nuovo. È una dolce mania credere il mondo così terso e i sentimenti così piatti. Ma senza questa mania il pittore non muoverebbe un dito, non sporcherebbe una tela. I suoi quadri, le sue figure, sono lì a un passo dalla cartolina, come certa bella poesia che solo di pochi numeri si stacca dal disco, dalla canzonetta. Ma chi nega ormai la grazia lunatica, l’ironia del pittore Antonio Donghi? Egli vive, aristocratico e assente, fuori dalla mischia, alla periferia della città, coltivando questa curiosa serra un po’ funebre, senza odori che danno alla testa.

Arrivederci, tuo

LEONARDO SINISGALLI

Montemurro, luglio 1942.

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