Manet e la Parigi moderna

Palazzo Reale a Milano ospita, dall’8 marzo al 2 luglio 2017, la mostra “Manet e la Parigi moderna”. L’artista francese, attraverso le sue opere, racconta la nuova Parigi, una città in trasformazione e in fermento, popolata da donne eleganti e da caffè dove gli artisti si riunivano per discutere animatamente. Il percorso espositivo si articola in dieci sezioni e celebra l’importanza di Manet nella pittura moderna attraverso opere provenienti dalle collezioni del Musèe d’Orsay. La mostra presenta circa un centinaio di dipinti: cinquanta realizzati da Manet – tra cui 17 considerati tra i più importanti capolavori dell’artista – e altre quaranta opere di grandi pittori, come ad esempio Boldini, Cézanne, Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Signac e Tissot. Si possono ammirare ritratti, paesaggi, nature morte, donne e la città dell’artista: generi che hanno caratterizzato la sua intera produzione pittorica.

Manet nasce nel 1832 nella capitale francese. Elegante esponente della borghesia parigina, fin da giovane si dimostra poco incline agli studi e molto attratto dalla pittura. La sua formazione artistica inizia nel 1850 presso Thomas Couture, pittore accademico che al Salon del 1847 ottiene un grande successo. Ben presto, però, il giovane artista dimostra una forte insofferenza per l’arte del maestro, giudicandola vuota e innaturale. Le frequenti visite al Louvre, i viaggi in Olanda, in Germania, in Austria e in Italia gli permettono di ammirare i grandi coloristi del passato come Rembrandt, Giorgione, Tiziano, Velázquez, Goya. Nel 1861 conosce Degas con il quale stringe una profonda amicizia: a loro si aggregheranno tutti i giovani frequentatori del Cafè Guerbois. L’opera che segna l’inizio della tormentata carriera di Manet è Colazione sull’erba, realizzata in seguito ai frequenti week-end a Gennevilliers.

Nel 1865 al Salon viene presentata Olympia . L’opera suscita clamori e scandali: negli ultimi giorni dell’esposizione viene addirittura spostata ed esposta in un punto più alto per evitare che venisse ammirata. Il dipinto, ispirato alla Venere di Urbino di Tiziano, mostra con crudo realismo una donna nuda semisdraiata su un letto disfatto, riprendendo la Maja desnuda di Goya e la più recente Odalisca con schiave di Ingres.

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Éduard Manet, Olympia, 1863

Il famoso critico Leroy commenta l’esposizione con queste parole: «La vista di questo dipinto sfiderebbe la malinconia più intensa, il dolore più esaltato; fa ridere, guardandolo». Paul de Saint-Victor riassume tutte le reazioni dei visitatori: «La folla si raduna come alla camera mortuaria davanti all’Olympia di M. Manet. L’arte scesa così in basso non merita la colpa». Nonostante queste critiche, c’è anche chi fin da subito ha saputo cogliere la grandezza della sua arte. Primo tra tutti lo scrittore Émile Zola, che dichiara pubblicamente la propria stima nei confronti della pittura rivoluzionaria di Manet:

Il posto di Manet è segnato al Louvre, come quello di Courbet, come quello di ogni artista di forte e implacabile temperamento. Ho cercato di restituire a Manet il posto che gli appartiene, uno dei primi. Si riderà, forse, del “panegirista”, come si è riso del pittore. Un giorno, entrambi saremo vendicati. C’è una verità eterna, che mi sostiene in fatto di critica: è che solo i temperamenti vivono e dominano il tempo. Impossibile – capite -, impossibile che Manet non trionfi, schiacciando le timide mediocrità che lo circondano.

Zola sottolinea l’intelligenza e il carattere tranquillo di un uomo che «mostra nei suoi modi e nella voce la più modestia e la più grande dolcezza». In un saggio aggiunge «L’artista mi ha confessato che adora la società e che prova profondo piacere nelle delicatezze profumate e luminose delle serate mondane». Come forma di gratitudine per gli interventi critici, Manet propone allo scrittore di fare il suo ritratto. Le sedute di posa avvengono nel suo studio tra novembre del 1867 e febbraio del 1868. A sinistra della composizione è presente un paravento di seta con rami fioriti che, insieme alla stampa di Utamaro, rivelano l’interesse dell’artista parigino nei confronti dell’arte giapponese, che ha rivoluzionato il concetto di prospettiva e la percezione del colore nella pittura occidentale. Accanto alla stampa di Utamaro è riconoscibile una riproduzione di Olympia, dipinto che Zola considera il capolavoro di Manet.

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Èdouard Manet, Ritratto di Émile Zola, 1868

Dietro la tela si intravede una stampa tratta dalla Festa di Bacco di Velázquez, testimone della passione che il pittore e lo scrittore hanno per l’arte spagnola. Un capolavoro Manettiano, ispirato ad un’opera di Velázquez, è Il pifferaio. Si tratta del Buffone Pablo de Valladolid, che l’artista può ammirare al museo del Prado durante un viaggio in Spagna. Riguardo a questo dipinto, realizzato da Velázquez nel 1636, Manet confida all’amico Fantin-Latour: «È la più sorprendente opera pittorica che sia mai stata fatta. Lo sfondo scompare: è l’aria che circonda questo buffone di corte, interamente vestito di nero e dall’aspetto gioviale». Il soggetto scelto da Manet è un piccolo suonatore nella banda della Guardia imperiale, che viene dunque raffigurato come il grande comico spagnolo. Lo sfondo, colorato con un grigio uniforme, è privo di qualsiasi elemento decorativo così da mettere in risalto la figura del suonatore.

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Èdouard Manet, Il pifferaio (dettaglio), 1866

Il Pifferaio, che viene rifiutato dalla giuria del Salon del 1866, sarà invece molto apprezzato da Zola per la sua semplicità armonica e rivoluzionaria. Per tutta la vita Manet lotta per far riconoscere il suo valore d’artista continuando la sua battaglia al Salon. Nonostante gli impressionisti lo riconoscano come figura guida del loro movimento, egli non vuole confondersi con loro. Negli ultimi anni non sente più il bisogno di lottare: attorno a sé ha la stima e l’ammirazione di un numero sufficiente di persone.

La mostra, curata da Guy Cogeval, presidente del Musèe díOrsay e dell’Orangerie di Parigi, è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira.


Bibliografia:
G. G. Lemaire, Manet, Art Dossier, Giunti Editore, 1990
L. Venturi, La via dell’Impressionismo. Da Manet a Cézanne, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1970
S. Orienti, Opera pittorica di Èduard Manet, Classici dell’arte Rizzoli, Milano, 1967

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